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La Bibbia che Gesù leggeva

La Bibbia che Gesù leggeva

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Descrizione

Questo libro di Philip Yancey, fra i più conosciuti e stimati autori evangelici del mondo anglosassone, aiuta a superare la tendenza - purtroppo diffusa tra i Cristiani - a evitare i testi dell'Antico Testamento che alla mentalità moderna appaiono trascurabili, sconcertanti, o addirittura offensivi. Esaminando pagine scomode e spesso criptiche di alcuni libri veterotestamentari - Giobbe, Deuteronomio, Salmi, Ecclesiaste e testi profetici - Yancey evidenzia come i racconti di straordinaria immediatezza che vi sono contenuti ben si riconducano alla vita odierna. In essi, infatti, il rapporto tra Dio e il Suo popolo si delinea sullo sfondo di un'esperienza umana intesa in tutte le sue molteplici articolazioni. Leggere l'Antico Testamento significa riflettere sulle questioni che hanno maggiormente tormentato gli antichi redattori, significa giungere ad una nuova comprensione del Dio di Israele e del nostro, nonchè della vicenda di Gesù. Insomma, significa integrare gli spazi vuoti di una versione solo neotestamentaria della divinità e dar voce all'intera nostra esistenza umana. I temi dei vari capitoli: Vale la pena di conoscere l'Antico Testamento? Giobbe: vedere nelle tenebre; Deuteronomio: un sapere agrodolce; Salmi: spiritualità in ogni forma; Ecclesiaste: la fine della sapienza; I profeti: la risposta di Dio; Echi anticipati di una risposta finale.

Proprietà

ISBN: 9788870164466
Produttore:
Claudiana
Codice prodotto: 9788870164466
Peso: 0.270kg
Rilegatura: Brossura
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

1

Vale la pena di conoscere
l’Antico Testamento?

La fede non è aggrapparsi a un luogo sacro ma un pellegrinaggio infinito del cuore. Intrepido, vivo desiderio, canti appassionati, pensieri temerari, uno slancio irresistibile del cuore, che usurpa la mente: questi sono tutti impulsi verso (amando l’Uno) colui che fa vibrare il nostro cuore come una campana.
Abraham Heschel



Mio fratello, che in una fase particolarmente colta della sua vita, frequentò una scuola biblica, godette della compagnia di gruppi di strani credenti condividendo con essi il “versetto preferito”. Dopo aver ascoltato altri citare frasi pie tratte dai Proverbi, dall’Epistola ai Romani, o da quella agli Efesini, era solito alzarsi in piedi e, con volto impassibile, recitare molto rapidamente: “Al recinto del tempio, a occidente, ve n’erano addetti quattro per la strada, due per il recinto” (I Cronache 26,18).
Gli altri studenti facevano una smorfia domandandosi quale profonda intuizione spirituale essi non riuscissero ad afferrare. Stava forse parlando un’altra lingua?
Se mio fratello si fosse trovato in uno stato d’animo particolarmente irascibile, avrebbe citato un versetto diverso:

O figliuola di Babilonia... Beato chi piglierà i tuoi bambini e li sbatterà contro la roccia.
(Salmo 137,9)
Nella sua impertinenza, mio fratello aveva identificato piuttosto ingegnosamente i due più importanti ostacoli che si incontrano leggendo l’Antico Testamento: non sempre è comprensibile, e ciò che si capisce offende orecchie moderne. Per queste e altre ragioni, l’Antico Testamento, che rappresenta i tre quarti della Bibbia, spesso non viene letto.
Come risultato, fra i cristiani la conoscenza dell’Antico Testamento si affievolisce rapidamente ed è virtualmente sparita nella cultura popolare. Nella scena di una commedia, Jay Leno verificò la conoscenza della Bibbia da parte del suo uditorio chiedendo di citare uno dei Dieci comandamenti. Si alzò una mano: “Aiutati che Dio t’aiuta?”. Tutti risero di cuore ma nessun altro seppe fare di meglio. I sondaggi d’opinione affermano che l’80% degli americani sostiene di credere nei Dieci comandamenti, ma pochissimi sanno elencarne più di quattro1. La metà degli americani adulti non sa indicare la Genesi come primo libro della Bibbia. E il 14% considera Giovanna D’Arco la moglie di Noè2.
Più sorprendentemente, Gary Burge, un professore dell’Università di Wheaton, scoprì che la mancata conoscenza dell’Antico Testamento si estende anche alla chiesa. Per anni Burge lo ha verificato tra le matricole in arrivo nella sua scuola, una delle principali istituzioni evangeliche della nazione. Le sue ricerche hanno dimostrato che gli studenti che avevano frequentato la Scuola domenicale tutta la loro vita, avevano visto innumerevoli episodi della fiction Veggie Tales, e avevano ascoltato innumerevoli sermoni, ma non sapevano precisare gli avvenimenti fondamentali dell’Antico Testamento.
L’esperienza di Barry Taylor, ex musicista rock e ora pastore, ne indica e suggerisce una ragione. Egli mi disse: “Nei primi anni Settanta il mio migliore amico divenne un Jesus freak3. Pensai che fosse diventato pazzo, così lessi attentamente la Bibbia allo scopo di trovare argomenti sufficienti per confutarlo. Per nulla al mondo riuscivo a capire perché Dio si preoccupasse dell’ala piegata di una colomba, oppure perché volesse dare l’ordine di uccidere 40.000 amalechiti. E in ogni caso, chi erano gli amalechiti? Fortunatamente continuai la lettura, procedendo faticosamente attraverso tutti i libri più difficili. Quando giunsi al Nuovo Testamento, non riuscii a trovare una via che mi conducesse a Gesù. Così divenni anch’io un Jesus freak”. Sono felice che Barry Taylor si sia convertito a Gesù e devo riconoscere che in questo suo percorso egli solleva alcuni ottimi quesiti. Perché la Bibbia dedica tanto tempo ai templi, ai sacerdoti, e a norme relative a sacrifici che non sussistono più? Perché Dio s’interessa al sacrificio di animali malati – agnelli che zoppicano e colombe con ali piegate – oppure a una giovane capra cucinata nel latte della propria madre, e non apertamente di un popolo come quello degli amalechiti? Come si possono capire le stranezze dell’Antico Testamento, e come mettere in pratica l’insegnamento nelle nostre vite di tutti i giorni? In breve, vale realmente la pena di leggere e capire l’Antico Testamento?
Ho sentito dire da missionari che vivono in posti come l’Africa e l’Afganistan, che la gente in quei luoghi obbedisce senza indugi all’Antico Testamento, perché le sue storie su lotte per il controllo delle terre, diritti sui pozzi d’acqua, faide tribali e matrimoni combinati, sono in diretta relazione con il loro modo di vivere oggi. Ma queste usanze sono state rimosse dal sofisticato pensiero ellenista dell’apostolo Paolo, e allontanate ancora di più dalla vita quotidiana di chi abita in un quartiere residenziale nella periferia di una grande città dell’Occidente odierno. Quelli che tra noi provenienti da paesi sviluppati si avvicinano all’Antico Testamento, e semplicemente cominciano a leggerlo, possono sentirsi annoiati, confusi, o persino oltraggiati dalla violenza descrittavi. Noi ci identifichiamo con Gesù, pensiamo di comprendere l’apostolo Paolo, ma cosa pensare di quei popoli barbari che vivevano nel Medio Oriente molte migliaia di anni fa?
La maggior parte delle persone ha risolto questo dilemma evitando interamente l’Antico Testamento. Oppure, forse cosa peggiore, scavando in esso alla ricerca di una pepita d’oro di verità che possa essere estratta ed esposta alla luce, come un diamante strappato dalla vena di una miniera di carbone. Questo metodo può però avere un ritorno di fiamma: si ricordino i versetti della vita citati da mio fratello.
Mi viene in mente un “ironico” vantaggio che si ha nell’ignorare l’Antico Testamento. “L’uomo di oggi... deve leggere le Scritture come se fossero per lui del tutto sconosciute, e come se non fossero esistite prima che egli si sia disposto alla lettura”, scrisse lo studioso ebreo Martin Buber. Buber sta ora realizzando il suo desiderio: la maggior parte delle persone di oggi legge l’Antico Testamento come qualcosa di completamente sconosciuto!



PERCHÉ AFFATICARSI?


Questo libro racconta come ho smesso di evitare il problema e ho iniziato a leggere – in definitiva amandolo – l’Antico Testamento. Devo ammettere che iniziai sospinto da ignobili motivi: lo lessi perché ero pagato per farlo, in quanto parte di un lavoro editoriale per la realizzazione della Student Bible. Molto tempo dopo la pubblicazione della Student Bible ritornai all’Antico Testamento per conto mio.
Un’esperienza molto simile a quella che ebbi con William Shakespeare. In un momento di idealismo, come fioretto per l’anno nuovo che andava aprendosi, decisi di leggere tutte le trentotto opere di Shakespeare nell’arco di quell’anno. A causa di alcuni viaggi, per spostamenti in lungo e in largo per tutto il paese, e altre interruzioni, dovetti posticipare il termine che mi ero dato. Tuttavia, con mia gran sorpresa, l’adempimento di quel compito appariva molto più come divertimento che come impegno di lavoro. Dapprima dovetti cercare il significato di parole arcaiche, sforzandomi di conservare correttamente l’insieme delle caratteristiche di quei personaggi, adattandomi alle difficoltà derivanti dalla lettura delle opere. Ho scoperto – sebbene mi sia attenuto a quei personaggi abituandomi al loro ritmo e linguaggio – che queste distrazioni andavano via via scomparendo e io mi sentivo direttamente coinvolto nella commedia. Sicuramente non vedevo l’ora di assistere alle programmate serate shakespeariane.
Mi aspettavo di imparare a conoscere il mondo di Shakespeare e le persone che lo abitavano. Ho invece scoperto che Shakespeare impartiva a me insegnamenti sul mio mondo. Egli è sopravvissuto come drammaturgo per la sua genialità nel saper esplorare i più intimi recessi dell’animo, una capacità che gli ha dato la possibilità di essere apprezzato in luoghi così diversi tra loro come gli Stati Uniti, la Cina, il Perù, molti secoli dopo la sua morte. Nelle sue opere letterarie scopriamo noi stessi.
Percorsi le stesse tappe leggendo l’Antico Testamento. Dopo un’iniziale resistenza, proseguii con riluttanza ma con la sensazione che avrei dovuto leggere i tre quarti della Bibbia più trascurati. Lavorando superai alcune barriere (più o meno nello stesso modo in cui imparai a leggere Shakespeare), e sentii che avevo bisogno di leggere, a motivo di ciò che stavo imparando. Alla fine mi ritrovai con l’insaziabile bisogno di leggere quei trentanove libri, che stavano soddisfacendo in me una fame spirituale come mai prima, neppure, devo dire, come era stato per il Nuovo Testamento. Mi hanno insegnato come vivere con Dio: non come dovrebbe essere, ma come realmente è.
La ricompensa che l’Antico Testamento offre non si ottiene facilmente, lo confesso; imparare a sentirsi a proprio agio richiede tempo e sforzi. Tutti i successi – scalare montagne, suonare con maestria la chitarra, competere in una gara di triathlon – richiedono uno sforzo simile in quanto a severità d’impegno; perseveriamo perché crediamo che la ricompensa arriverà.
Un lettore dell’Antico Testamento si confronta con ostacoli non presenti in altri libri. Per esempio, all’inizio fui respinto dal suo disordine. L’Antico Testamento non si legge come un romanzo; esso comprende poesia, storia, sermoni e brevi racconti scritti da svariati autori e mescolati insieme. A quel tempo, naturalmente, nessuno concepì l’Antico Testamento come un libro unico. Ogni libro aveva i propri rotoli di pergamena, e un libro lungo come quello di Geremia avrebbe riempito un rotolo di oltre nove metri. Un ebreo che faceva il suo ingresso in una sinagoga vedeva cumuli di rotoli, non un singolo libro, e, conscio delle loro differenze, avrebbe scelto di conseguenza. (In verità, in talune festività solenni agli ebrei era consentito leggere soltanto Giobbe, Geremia, e Lamentazioni così da mantenere un atteggiamento idoneo; gli altri libri potevano procurare esagerato piacere).
Trovo tuttavia sorprendente che, come è ampiamente dimostrato, queste raccolte di manoscritti redatte nell’arco di un millennio a opera di diverse decine di autori, posseggano tanta unità. Per apprezzare questo fatto, si immagini un libro cominciato cinquecento anni prima di Colombo e completato solo oggi. La singolare coesione delle parti che compongono la Bibbia è un segno potente che Dio ne diresse la realizzazione. Utilizzando una varietà di autori e di situazioni culturali, Dio ha sviluppato un documento completo di ciò che egli vuole farci conoscere. Sorprendentemente le parti sono messe insieme in un modo tale che ne emerge un’unica storia.
Quanto più perseverai, tanto più crebbe il numero di passi biblici che fui in grado di capire. E quanto più comprendevo, tanto più ritrovavo me stesso in quei passi. Perfino in una cultura secolare come quella degli Stati Uniti, importanti opere letterarie come La cura dell’anima di Thomas Moore e Il chiostro di Kathleen Norris rivelano una profonda fame spirituale. L’Antico Testamento ci parla di questo desiderio come nessun altro libro. Esso non ci offre una lezione teologica, con concetti astratti armoniosamente sistemati secondo un’ordine logico. Esattamente l’opposto: esso ci offre un corso superiore su come vivere vicini a Dio, il tutto in uno stile allo stesso tempo personale e appassionato.



NESSUN TESTAMENTO è SUFFICIENTE


I cristiani di tutte le denominazioni concordano su un punto: credono che l’Antico Testamento non sia sufficiente. Gesù il Messia venne per far conoscere un “Nuovo patto”, o Nuovo Testamento, e seguendo l’apostolo Paolo noi guardiamo indietro all’epoca dell’Antico Testamento come a un tempo di preparazione. Senza alcun dubbio mi trovo d’accordo. Sono però sempre più convinto che neppure il Nuovo Testamento da solo sia sufficiente. Si rivela insufficiente per capire Dio o il nostro mondo.
Quando Thomas Cahill scrisse The Gifts of the Jews (trad. it.: Come gli ebrei cambiarono il mondo) scelse come sottotitolo “Come una tribù nomade del deserto cambiò il modo di pensare e di sentire di tutti”. Egli è sicuramente nel giusto. La civiltà occidentale costruisce direttamente sui fondamenti posti nell’era dell’Antico Testamento. Come sottolinea Cahill, gli ebrei credono che il monoteismo ci consegni un Grande Infinito, un universo unificato che può, come realizzazione di un Creatore, essere studiato e scientificamente manipolato. Per ironia della sorte, il nostro mondo moderno e tecnologico fa risalire le proprie origini a quella tribù nomade del deserto.
Gli ebrei ci tramandarono anche ciò che Cahill chiama la “Coscienza dell’Occidente”, cioè la convinzione che Dio manifestò se stesso non essenzialmente attraverso manifestazioni esteriori, bensì piuttosto attraverso la “silenziosa, piccola voce” della coscienza. Un Dio d’amore e di misericordia, che si prende cura di tutte le sue creature, soprattutto degli esseri umani creati “a sua immagine”, e chiede a noi di fare lo stesso. Ogni persona sulla terra è dotata di una intrinseca dignità umana. Insegnandoci a seguire quel Dio, gli ebrei ci diedero un modello per i grandi movimenti di liberazione della storia moderna, e gli strumenti per realizzare leggi giuste per i deboli, le minoranze e gli oppressi.
Secondo l’opinione di Cahill, senza gli ebrei,

... noi non avremmo mai conosciuto i movimenti abolizionisti, il movimento per la riforma delle prigioni, il movimento contro la guerra, il movimento dei lavoratori, il movimento per i diritti civili, i movimenti di liberazione degli indigeni e dei popoli espropriati dei propri diritti umani, il movimento contro la discriminazione razziale nel Sud Africa, Solidarnoßc in Polonia, i movimenti per la libertà di parola e per la democrazia in paesi dell’Estremo Oriente come la Corea del Sud, le Filippine, e perfino la Cina.

Molti dei concetti e delle parole di cui ci serviamo quotidianamente – nuovo, individuale, persona, storia, libertà, spirito, giustizia, tempo, fede, pellegrinaggio, rivoluzione – derivano dall’Antico Testamento tanto che non ci possiamo immaginare il mondo e la nostra posizione sociale in esso senza raccogliere l’eredità spirituale del popolo ebreo. Un personaggio comico di una delle commedie di Molière all’improvviso scopre di se stesso: “Sto parlando in prosa! Sto parlando in prosa!”. In modo analogo, le nostre radici vanno così profondamente nel pensiero dell’Antico Testamento che sotto molti punti di vista – diritti umani, forma di governo, trattamento del nostro prossimo, la nostra comprensione di Dio – noi stiamo già parlando e pensando in termini di “Antico Testamento”.
Con estrema certezza noi non potremmo comprendere il Nuovo Testamento a prescindere dall’Antico. La dimostrazione è semplice: provate a capire le Epistole agli Ebrei, Giuda, l’Apocalisse senza alcun riferimento alle allusioni e ai concetti dell’Antico Testamento. Non si può fare (ciò spiega la ragione per cui anche molti cristiani moderni evitano quei libri). I Vangeli possono essere letti come storie a sé stanti, ma un lettore che ha poca familiarità con l’Antico Testamento perderà molte delle ricchezze in esso contenute. Paolo si appella costantemente all’Antico Testamento. Senza alcuna eccezione, tutti gli autori del Nuovo Testamento scrissero del nuovo operato di Dio sulla terra rifacendosi alla precedente o “antica” opera.
Un filosofo cinese insisteva nel condurre il suo mulo a ritroso cosicché non lo avrebbe distratto il luogo verso cui si stava dirigendo e poteva invece riflettere sul dove egli era stato. La Bibbia funziona un po’ allo stesso modo. Le Epistole emanano luci a ritroso sugli avvenimenti dei Vangeli, così che li possiamo comprendere in un modo nuovo. Le Epistole e i Vangeli emanano entrambi luci che rimandano all’Antico Testamento.
Per secoli l’espressione “come insegnato dai profeti” fu una delle più potenti influenze esercitate sulle persone che si avvicinavano alla fede. Giustino martire fa risalire la sua conversione all’effetto che fece su di lui l’esattezza profetica dell’Antico Testamento. Il brillante matematico francese Blaise Pascal citò anche le profezie che si erano adempiute come uno dei fattori più importanti che avevano determinato la sua fede. Oggi sono pochi i cristiani che leggono i profeti se non per cercarne la chiave che permetta loro di scoprire il futuro. Abbiamo perso il profondo senso di coesione esistente tra i due testamenti che i riformatori volevano trasmettere.
La comprensione della nostra civiltà e la comprensione della Bibbia stessa possono essere due importanti ragioni che ci spingono a leggere l’Antico Testamento; tuttavia il titolo di questo libro lascia intendere forse il motivo centrale, cioè la Bibbia che Gesù leggeva. Egli ricalcò nei passi della Bibbia ebraica ogni elemento essenziale che riguardasse la sua vita e la sua missione. Ne citò passi per ricomporre le controversie con oppositori quali furono i farisei, i sadducei, e lo stesso Satana. Le metafore – l’Agnello di Dio, il pastore, il segno di Giona, la pietra angolare che gli edificatori hanno rifiutato – che Gesù utilizzò per farsi comprendere provengono direttamente dalle pagine dell’Antico Testamento.
Una volta un governo tentò di eliminare l’Antico Testamento dalle Scritture cristiane. I nazisti in Germania vietarono lo studio di questo “libro ebraico”, e la cultura dell’Antico Testamento scomparve dai seminari e dai giornali tedeschi. Nel 1940, al culmine del potere nazista, Dietrich Bonhoeffer pubblicò con coraggio un libro sui Salmi e fu per questo severamente multato. In alcune sue lettere chiaramente spiegò che voleva fare conoscere il libro con cui pregava Gesù Cristo stesso. Bonhoeffer fece notare che Gesù citava spesso l’Antico Testamento, e mai altro libro, sebbene il canone ebraico non fosse stato ufficialmente chiuso. Inoltre, molti elementi dell’Antico Testamento esplicitamente o implicitamente riconducono a Gesù.
Quando leggiamo l’Antico Testamento, leggiamo la Bibbia che Gesù ha letto e di cui si è servito. Queste sono le preghiere che Gesù utilizzava, le composizioni poetiche che memorizzava, i canti che cantava, i racconti della buonanotte che ascoltava quando era bambino, le profezie sulle quali meditò. Rispettò ogni “iota e segno d’interpunzione” delle Scritture ebraiche. Più comprenderemo l’Antico Testamento, più capiremo Gesù. Martin Lutero spiegò che “l’Antico Testamento è il testamento di Cristo, ed Egli fece sì che fosse aperto dopo la sua morte e letto e proclamato ovunque attraverso il Vangelo”.
In un intenso passaggio del suo Vangelo, Luca racconta di Gesù che appare improvvisamente al fianco di due discepoli sulla strada per Emmaus. Sebbene voci sulla sua risurrezione si fossero diffuse a macchia d’olio, era chiaro che questi non lo credevano possibile, come lo stesso Gesù poté rilevare guardando i loro occhi rivolti verso il basso. Come in uno scherzo, Gesù – che essi non avevano ancora riconosciuto – riesce a farsi dire tutto ciò che era accaduto all’uomo Gesù negli ultimi giorni. Allora egli li rimprovera:

“O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?”. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano (Luca 24,25-27).

Oggigiorno abbiamo bisogno di un’esperienza opposta a quella manifestata sulla “strada di Emmaus”. I discepoli conoscevano Mosè e i Profeti ma non potevano concepire come potessero relazionarsi a Gesù Cristo. La chiesa moderna conosce Gesù Cristo ma sta rapidamente perdendo la conoscenza di Mosè e dei profeti.
Altrove, Gesù narrò la storia di due uomini che costruirono case le quali, esternamente, sembravano simili. La reale differenza tra di esse venne alla luce allorché si abbattè su di loro una tempesta. Una casa non crollò, sebbene piovesse a dirotto, i corsi d’acqua salissero, e i venti si abbattessero su di essa, perché le sue fondamenta erano costruite sulla roccia. La seconda casa, stoltamente costruita sulla sabbia, crollò con gran fragore. Nella teologia come nelle costruzioni sono importanti le fondamenta.



PRESTO, DIMMI: COM’è DIO?


Secondo Elaine Storkey, la domanda: “Presto, dimmi: com’è Dio?” fu formulata da una bambina di cinque anni che si precipitò dal fratellino neonato nella sua stanza d’ospedale. Sagacemente essa immaginò che, poiché egli era appena giunto dal paradiso, poteva avere qualche informazione riservata. Ahimè, egli emise soltanto un gorgoglìo e roteò i suoi occhi.
L’Antico Testamento prevede una risposta alla domanda della piccola, una risposta differente rispetto a quella che si può ottenere solamente dal Nuovo Testamento. Anche se Gesù è “l’immagine del Dio invisibile”, egli si privò di molte delle prerogative appartenenti a Dio allo scopo di diventare un uomo. L’anziano professore Langdon Gilkey era solito dire che se il cristianesimo evangelico professa un’eresia, essa consiste nell’aver negletto Dio Padre, il Creatore, il Protettore, il Governatore di tutta la storia dell’umanità e di ogni comunità umana, a vantaggio di Gesù il Figlio, che si è messo in relazione con le singole anime e i loro destini.
Se avessimo avuto soltanto i Vangeli, avremmo immaginato un Dio che appare relegato entro certi limiti, estremamente umano e piuttosto debole: dopotutto Gesù muore appeso a una croce. Gli ebrei si opposero così violentemente a Gesù perché, a dispetto delle sue audaci affermazioni, egli non rispecchiava l’idea di Dio che essi avevano in mente; lo respinsero perché non raggiungevano la sua statura morale e spirituale. Il libro dell’Apocalisse ci offre una differente visione di Gesù – una luce risplendente, gloriosamente sbalorditiva, di potenza illimitata – e l’Antico Testamento allo stesso modo offre una diversa descrizione di Dio. Come i primi discepoli di Gesù, noi abbiamo bisogno di questo ritratto veterotestamentario per apprezzare quanto amore l’incarnazione esprima, e in che misura Dio annichilì se stesso nel nostro interesse.
Prescindendo dall’Antico Testamento noi avremo sempre una visione di Dio impoverita. Dio non è un concetto filosofico ma una persona che opera nella storia: la stessa persona che creò Adamo, che fece una promessa a Noè, che chiamò Abramo e si presentò personalmente a Mosè, che si degnò di abitare in una tenda lontana dal potere allo scopo di vivere vicino alla propria gente. Dal primo capitolo della Genesi in avanti, Dio ha voluto farsi conoscere, e l’Antico Testamento rappresenta la più completa rivelazione che abbiamo a disposizione di come Dio sia.
John Updike ha detto che “le nostre capacità intellettive non sono più condizionate dalla venerazione e dal timore reverenziale”. Le parole stesse danno l’impressione di essere antiquate: questo è il livello che esse riescono a raggiungere; e proprio portandola a quel livello, abbiamo deviato dall’immagine di Dio rivelata nell’Antico Testamento. Noi non possiamo circoscrivere Dio come se volessimo inscatolarlo. Dio appare come un impulsivo e misterioso Altro, non un Dio che possiamo facilmente capire. Nessuno gli dice che cosa deve fare (il punto forte del discorso di Dio quando si rivolge a Giobbe).
Ammetto che l’Antico Testamento presenti alcuni problemi che preferirei invece evitare. Dal principio alla fine di questo libro cercherò di affrontare la rivelazione di Dio che vi troverò. “Considera perciò la benignità e la severità di Dio” scrive Paolo ai cristiani in Roma. Preferirei prendere in considerazione solo la benignità di Dio, ma così facendo costruirei la mia immagine di Dio invece di affidarmi alla rivelazione che Dio offre di se stesso. Io non oso parlare in nome di Dio senza ascoltare Dio che parla di se stesso.
Ne risulta un’immensa differenza del modo in cui noi immaginiamo Dio. Possiamo dire che Dio sia un orologiaio che con indifferenza dà la carica all’universo e dopo fa un passo indietro per osservarlo mentre perde pian piano quella carica? Oppure Dio è un genitore amorevole che sostiene nelle sue mani non soltanto l’universo ma singoli uomini e donne? Io non posso concepire un progetto più importante di quello di ristabilire un’appropriata nozione di come Dio appare.
Inevitabilmente trasferiamo su Dio sentimenti e reazioni che derivano dai nostri genitori. George Bernard Shaw ebbe difficoltà con Dio perché suo padre era un manigoldo, un padre assente più preoccupato di cricket o di pub. Allo stesso modo, C.S. Lewis lottò per superare l’impronta che gli aveva lasciato il padre, un uomo severo che citava Cicerone mentre sgridava i propri figli. Quando sua madre morì, spiegò Lewis, si sentì come se Atlantide si fosse staccato e l’avessero lasciato appiedato in una minuscola isola. Dopo aver studiato in una scuola pubblica guidata da un crudele insegnante che in seguito fu dichiarato pazzo e affidato a un istituto, Lewis dovette superare l’impatto di queste figure maschili per trovare una via che lo conducesse ad amare Dio.
L’Antico Testamento ritrae Dio come padre, sì, ma un padre diverso da quelli incontrati da Shaw e da Lewis. La Scrittura ci offre l’immagine di Dio dipingendolo come un leone ma anche come un agnello, come un’aquila ma anche come una chioccia, come un re ma anche come un servitore, come un giudice ma anche come un pastore. Quando finalmente eravamo convinti di avere definito Dio con precisione, l’Antico Testamento ci fa conoscere un ritratto di Dio completamente nuovo: come un sibilo, un pruno ardente, un vignaiolo.
Come un colpo di tamburo che non s’interrompe mai, nelle pagine dell’Antico Testamento noi udiamo che questo mondo trova una sua spiegazione in Dio e non nell’essere umano. Gli ebrei avevano nella propria cultura tradizioni antichissime. Essi consacravano a Dio il primogenito del bestiame e della prole, portavano sul capo citazioni della legge divina, affiggevano promemoria visibili sulle porte degli ingressi, pronunciavano la parola “benedetto” un centinaio di volte al giorno, mostravano addirittura particolari acconciature, cucivano nappe sui loro abiti. Un ebreo devoto non poteva far passare un’ora, tanto meno un’intera giornata, senza imbattersi in qualcosa che gli o le rammentasse di stare vivendo nel mondo di Dio. Perfino il calendario ebraico segnava il tempo con avvenimenti quali la Pasqua ebraica e il giorno dell’espiazione, e non semplicemente attraverso il ciclo della mietitura e della luna. Essi credevano in un mondo che è proprietà di Dio. La vita umana è “sacra”, il che significa semplicemente che essa appartiene a Dio affinché ne faccia ciò che vuole.
Questo concetto dell’Antico Testamento suona molto antiamericano. L’insieme delle norme giuridiche costituenti l’ordinamento degli USA non garantisce forse agli americani il diritto alla vita, alla libertà e al raggiungimento della felicità? Gli occidentali si ribellano contro qualsiasi intromissione nei diritti personali, e contro chiunque tenti di varcare i confini che potrebbero usurpare lo spazio personale. Nel nostro ambiente, secolarizzato e industrializzato, possiamo trascorrere un’intera settimana, e non un giorno solo, senza che mai ci si confronti con il ricordo che questo sia il mondo di Dio.
Rammento un sermone predicato nella cappella dell’università di Wheaton negli anni Settanta, in un periodo in cui il movimento della Morte di Dio aveva raggiunto il suo apogeo. Il professore Robert Webber scelse di parlare del terzo comandamento: “Non pronunciare il nome del SIGNORE, Dio tuo, invano”. Abitualmente interpretiamo quel comandamento in un senso restrittivo proibendo la bestemmia, diceva Webber, che proseguiva ampliandone il significato con “non vivete mai come se Dio non esistesse”. Oppure asseriva in positivo: “Vivete sempre nella consapevolezza dell’esistenza di Dio”. Più studio i comandamenti nel contesto ambientale dell’Antico Testamento, tanto più concordo con Webber. Qualsiasi chiave per vivere in questa consapevolezza deve essere trovata nella grande eredità ebraica dell’Antico Testamento.
Non sto proponendo di ritornare allo scialle per la preghiera (taleth), alle scatolette contenenti versetti biblici da legarsi al braccio e alla fronte (tefillim) e a una dieta che escluda maiale e aragoste. Cionondimeno, credo fermamente che abbiamo molto da imparare da un popolo la cui vita quotidiana è incentrata su Dio. Quando guardiamo al passato e consideriamo il patto fra Dio e gli antichi ebrei, ciò che per noi è fuori del comune è il suo rigore, l’apparente arbitrarietà di alcune delle sue leggi. Io non vedo una reazione tale tra gli stessi ebrei. Pochi di loro intercedono con Dio per allentare le restrizioni alimentari oppure per eliminare alcuni doveri religiosi. Essi appaiono, piuttosto, sollevati dal fatto che il loro Dio, a differenza delle divinità pagane intorno a loro, aveva acconsentito a determinare un rapporto diretto.
Come disse lo studioso puritano Perry Miller, quando avete un patto con Dio, voi non avete più un’ineffabile, remota, inavvicinabile divinità; avete un Dio su cui potete fare affidamento. Gli ebrei e Dio condivisero un certo tipo di storia, e ogni cosa relativa alle loro esistenze rifletteva gli echi di quella storia. Era una storia d’amore, fin dall’inizio. Dio li scelse non perché fossero più numerosi e più forti di altre tribù, bensì esattamente il contrario. Né li scelse per la loro moralità superiore. Egli li scelse perché li amava.
Come qualsiasi innamorato a cui sembra di toccare il cielo con un dito, Dio si struggeva per una risposta. Tutte le istruzioni date agli ebrei derivavano proprio dal primissimo comandamento dato loro: “Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze” (Deuteronomio 6,5). Gli ebrei vennero meno a quel comandamento, naturalmente, ma la ragione per cui i cristiani considerano ora tre quarti della Bibbia come l’“Antico” Testamento risiede nel fatto che neppure quella terribile incapacità neutralizzò l’amore di Dio. Dio provvide a un nuovo percorso: un nuovo patto, o testamento, del suo amore.
Sřren Kierkegaard offre due suggerimenti per il lettore che affronta porzioni difficili della Bibbia. Per prima cosa egli suggerisce di leggerla come se fosse una lettera d’amore; quando ci si sforza per capirne il linguaggio, la cultura, e altre difficoltà, bisogna comprendere che questo è il lavoro necessario per appropriarsi dell’essenziale, cruciale messaggio di qualcuno che vi ama. In secondo luogo si agisca secondo quanto si riesce a comprendere. Kierkegaard bandisce l’obiezione “Vi sono nelle sacre Scritture molti passi il cui significato è oscuro, interi libri che sono quasi degli enigmi”, e replica asserendo che egli accetterebbe quel tipo di obiezione solo da qualcuno che si fosse pienamente conformato a tutti quei passi che sono facili da comprendere!



DIO è VERAMENTE AMORE?


Per migliaia di anni gli ebrei hanno pregato: “Celebrate il SIGNORE perché egli è buono e la sua benignità dura in eterno” (Salmo 106,1). è una preghiera su cui riflettere, perché oggigiorno dubitiamo proprio di queste due cose. è buono il Signore? Il suo amore dura in eterno? Uno sguardo rapido alla storia, o a qualsiasi singola giornata, e chiunque dotato di un minimo di ragionevolezza comincerà a questionare su tali ardite affermazioni. Per questo motivo, e a maggior ragione, l’Antico Testamento merita la nostra attenzione, perché gli ebrei dubitavano ad alta voce proprio della preghiera che essi pronunciavano. Come si conviene a un rapporto intimo, essi riversavano quei dubbi sull’altro, cioè su Dio stesso, ottenendone un’immediata risposta.
Apprendiamo dall’Antico Testamento come Dio opera: un modus operandi diverso da come ci saremmo aspettati. Dio si muove lentamente, imprevedibilmente, paradossalmente. I primi undici capitoli della Genesi descrivono una serie di fallimenti umani che sollevarono dubbi sull’intero progetto della creazione. Come rimedio a quei fallimenti, nel capitolo 12 della Genesi, Dio rende noto un piano per affrontare il problema generale dell’umanità, istituendo una famiglia speciale, conosciuta come tribù degli ebrei (in seguito chiamati giudei); tramite loro, grembo dell’Incarnazione, Dio ristabilirà su tutta la terra il suo piano originale.
Dichiarato il suo progetto, Dio prosegue nel più misterioso dei modi. Per trovare il suo popolo, Dio sceglie un pagano dalla regione che oggi coincide con il territorio dell’Iraq, e lo sottopone a una serie di esami, molti dei quali da lui non superati. In Egitto, per esempio, Abramo dimostra una moralità inferiore a quella dei seguaci del dio Sole.
Dopo la promessa per cui avrebbe moltiplicato la sua progenie – la quale sarebbe diventata numerosa come le stelle del cielo e come la rena che giace sul lido del mare – Dio prosegue il suo piano aprendo una clinica contro l’infertilità. Abramo e Sara dovranno attendere i novant’anni per vedere il loro primo figlio; la loro nuora Rebecca sarà sterile per un lungo periodo; suo figlio Giacobbe aspetterà quattordici anni per la moglie dei suoi sogni, per poi scoprirne la sterilità. Tre generazioni in linea retta di donne sterili difficilmente sembrano un modo efficiente per popolare una grande nazione.
Dopo aver promesso ad Abramo il possesso di una grande terra (quando in realtà possedeva solamente una tomba nella terra di Canaan), Dio dispone una deviazione di itinerario per gli israeliti in Egitto, dove essi cadono in rovina per quattro secoli fino a che Mosè giunge per guidarli verso la Terra promessa: un esodo infelice che li coinvolge per quarant’anni anziché le due settimane che essi si aspettavano. Chiaramente Dio opera secondo un progetto diverso rispetto a quello degli impazienti esseri umani.
La sorpresa continua ai tempi del Nuovo Testamento poiché nessuno dei decantati dotti ebrei riconosce Gesù di Nazareth come il Messia proclamato nei Salmi e dai profeti. Oggigiorno, quali profeti autoproclamati, essi persistono nell’identificare segretamente con l’Anticristo una successione di tiranni e personaggi del mondo, quali Hitler, Stalin, Kissinger e Saddam, figure ormai sbiadite ai nostri occhi.
I cristiani di oggi si confrontano con molte promesse inadempiute. Con la povertà del mondo e la crescita continua della popolazione, il cristianesimo diminuisce la propria influenza. Il pianeta sbanda verso l’autodistruzione. Aspettiamo, e continuiamo ad aspettare, i giorni della gloria promessi dai profeti e nell’Apocalisse. Da Abramo a Giuseppe, a Mosè e Davide, guadagnamo almeno la consapevolezza che Dio si muove in modi che noi non potremmo prevedere o perfino desiderare. A volte la storia di Dio sembra funzionare secondo un piano completamente differente dal nostro.
L’Antico Testamento dà indicazioni sul genere di storia che Dio sta scrivendo. Esodo identifica, nominandole, le due levatrici israelite che aiutarono a salvare la vita di Mosè, ma non si preoccupa di riportare il nome del faraone che governa l’Egitto (un’omissione che da sempre ha sconcertato i dotti). Il primo libro dei Re concede un totale di otto versetti al re Omri, sebbene storici laici lo considerino uno dei re più potenti d’Israele. Non risulta che Dio sia condizionato dalla grandezza o potenza o ricchezza della sua storia personale. Fede è ciò che egli vuole, e gli eroi che emergono sono gli eroi della fede, non forti e nemmeno ricchi.
La storia di Dio è in questo modo accentrata su coloro che si comportano fedelmente, incuranti di come le cose si stiano verificando. Quando Nabucodonosor – uno dei tanti tiranni che perseguitarono gli israeliti – minacciò tre giovani uomini di torturarli con il fuoco, essi risposero:

Il nostro Dio, che noi serviamo, ha il potere di salvarci e ci libererà dal fuoco della fornace ardente e dalla tua mano, o re. Anche se questo non accadesse, sappi, o re, che comunque noi non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai fatto erigere (Daniele 3,17-18).

Imperi sorgono e crollano, influenti leader salgono rapidamente verso il potere per poi cadere. Lo stesso Nabucodonosor che gettò quei tre giovani in una fornace ardente finì demente, mangiando l’erba del campo come una mucca. La sequela di imperi che si avvicendarono – Persia, Grecia, Roma – così possenti nel loro tempo, sono entrati nella pattumiera della storia, mentre il popolo di Dio – gli israeliti – è sopravvissuto a brutali massacri organizzati. Lentamente e diligentemente, Dio scrive la sua storia sulla terra mediante le azioni dei suoi seguaci fedeli, uno per uno.
Fuori dalla loro tormentata storia, gli ebrei rivelano la più sorprendente delle lezioni: non si può sbagliare seguendo Dio a livello personale.
Dio non è un indistinto potere che vive da qualche parte nel cielo, non è come proponevano i greci un’astrazione, non è un sensuale superuomo come adoravano gli antichi romani, e senza alcun dubbio non è l’orologiaio assente dei dèisti. Dio è personale. Egli entra nella vita delle persone, si relaziona alle famiglie, si rivela in luoghi imprevedibili, sceglie capi inaspettati, chiama le persone a giudizio. Più di ogni altra cosa, Dio ama.
Così si esprime il grande teologo ebreo Abraham Heschel ne Il messaggio dei profeti:

Al profeta, Dio non rivela se stesso in un assoluto astratto, bensì attraverso un rapporto intimo e personale con il mondo. Egli non esercita semplicemente un potere per il quale si aspetta obbedienza; Egli è anche sensibile e interessato a ciò che avviene nel mondo, e reagisce di conseguenza. I fatti e l’umano agire determinano in lui gioia o dolore, compiacimento o indignazione [...] Le azioni dell’uomo possono intenerirlo, coinvolgerlo, affliggerlo oppure, altrimenti, rallegrarlo e compiacerlo.
[...] Il Dio d’Israele è un Dio che ama, un Dio che è conosciuto e che si occupa dell’essere umano. Egli non solamente governa il mondo nella maestà della sua potenza e saggezza, ma in modo diretto reagisce agli eventi della storia.

Più di qualsiasi altra parola capace di evocare un’immagine, Dio utilizza “figliuoli” e “amanti” per descrivere la nostra relazione con lui in quanto intima e personale. L’Antico Testamento abbonda di metafore marito-sposa. Dio corteggia il suo popolo e lo adora come un amante adora la propria amata. Quando essi lo ignorano, egli si sente ferito, sdegnosamente rifiutato, come un innamorato abbandonato. Metafore che cambiano da una generazione all’altra, e che annunciano che noi siamo figli di Dio. In altre parole, nell’avvicinarsi sempre più alla comprensione di come Dio ci considera, il nostro pensiero corre alle persone a noi più care: nostro figlio, il nostro partner.
Si pensi all’immagine di un padre amorevole, che armato di videocamera stia cercando di convincere la propria bambina di un anno d’età a lasciare il saldo appoggio del tavolino del soggiorno per fare tre passi nella sua direzione. “Vieni tesoro, ce la puoi fare! Devi solo camminare. Papà è qui. Vieni”. Si pensi a un’adolescente innamorata che si strugge d’amore attraverso il ricevitore del telefono permanentemente attaccato all’orecchio, che passa in rassegna ogni secondo della sua giornata con un ragazzo che è a sua volta sufficientemente infatuato da esserne interessato. Si rifletta su queste due scene e si immagini Dio con voi dal principio alla fine. Questo è il messaggio dell’Antico Testamento.



LA COMPAGNIA CHE DIO PREDILIGE


Si impara molto su una persona dagli amici che sceglie, e nulla che riguardi Dio si dimostra più sorprendente delle sue scelte circa i soggetti con i quali istaura un rapporto d’intimità. Abramo fece il protettore di sua moglie, Giacobbe ingannò il fratello, Mosè uccise, Davide uccise e commise adulterio; ciò malgrado tutti costoro finirono nella lista dei favoriti. Giacobbe ottenne il suo nuovo nome Israele (colui che lotta con Dio) dopo un’intera notte di lotta con Dio, e da allora in poi il nome del popolo di Dio si richiama a quella vicenda. Coloro che fanno parte del popolo di Dio sono, letteralmente, i discendenti della lotta4.
Dio ha dovuto affrontare le forti lamentele di Giobbe, Geremia, e Giona. Si confronta in lunghe dispute con Abramo e Mosè, e lascia che essi vincano! Nella sua lotta con Giacobbe, Dio attende lo spuntare del giorno per infliggere la ferita; fino a quel momento, Giacobbe mantiene le sue posizioni. Ovviamente, Dio preferisce un onesto dissenso a una disonesta sottomissione. Egli giudica seriamente gli esseri umani, stabilisce di dialogare con loro, li coinvolge nei suoi piani, presta loro ascolto.
Se l’Antico Testamento contiene lezioni confondenti su Dio, la ragione risiede nel fatto che egli è personale e intimo, la sua imbarazzante lezione su noi esseri umani è che noi per lui contiamo. Le cose che diciamo, come ci comportiamo, perfino ciò che pensiamo e sentiamo: tutto ciò ha immenso effetto su Dio. Queste cose hanno, infatti, implicazioni universali.
Quelli che fra noi vivono un’epoca che ha avuto la possibilità di osservare il nostro pianeta dallo spazio come un piccolo globo blu e verde sospeso in un’inimmaginabile estensione dell’universo, hanno difficoltà a credere che l’essere umano sia importante. Ironicamente, potremmo dire che sono state proprio le nostre più progredite realizzazioni tecnologiche, come il telescopio Hubble, a svelare la nostra piccolezza cosmologica. Ernst Becker sostiene che noi portiamo nel nostro petto “il desiderio di peculiarità cosmica”, e si domanda come possiamo essere l’oggetto di un valore primario in seno all’intero universo.
Dennis Rodman, il giocatore di basket americano, esprime il punto di vista moderno: “Se vi è un essere supremo, egli/essa/esso ha molte cose da affrontare anziché preoccuparsi dei miei insignificanti problemi”. Effettivamente, molto dell’Antico Testamento è dedicato a superare le stesse obiezioni sorte fra gli antichi ebrei.

Quand’io considero i tuoi cieli,
opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai disposte,
che cos’è l’uomo che tu lo ricordi?
Il figlio dell’uomo perché tu ne prenda cura?
(Salmo 8,3-4)

Un’opera mesopotamica sulla creazione considera gli esseri umani come qualcosa di incidentale, come esseri inferiori creati per servire i capricci delle divinità e per soddisfarne le loro personali necessità. Il libro della Genesi, in contrapposizione, mette l’uomo e la donna in vetta alla creazione, e conferisce loro la libertà e il potere di decidere – e danneggiare – tutto il resto. Secondo Cicerone “le divinità si occupano di cose importanti, e trascurano le piccole”. L’Antico Testamento non è d’accordo, rivelando invece un Dio che “si compiace nel suo popolo”. Lo stesso Salmo 8, che inizia magnificando la preoccupazione di Dio per gli uomini, afferma:

Eppure tu l’hai fatto solo di poco inferiore a Dio,
e l’hai coronato di gloria e d’onore.
Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani,
hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi...
(Salmo 8,5-6)

Davide e gli altri salmisti sembrano sbalorditi all’idea di un Dio “lassù” nei cieli che possa curarsi di ciò che accade su questo piccolo pianeta, ma di nuovo inconfutabilmente Dio ne fornisce loro la dimostrazione. Il messaggio che le nostre azioni contano davvero è definito con chiarezza nell’Antico Testamento. Noi interessiamo Dio profondamente. Un verso tratto dal libro di Sofonia nella versione della Bibbia di re Giacomo5 lo esprime efficacemente:

Il SIGNORE, tuo Dio, è in mezzo a te come un potente che salva;
egli si rallegrerà con gran gioia per causa tua;
si acqueterà nel suo amore,
esulterà, per causa tua, con grida di gioia.
(Sofonia 3,17)

Gli scienziati al giorno d’oggi, perfino gli agnostici, con riluttanza riconoscono un “principio antropico”, per cui l’universo è così bene armonizzato che sembra destinato a fornire appoggio alla qualità della vita umana. L’Antico Testamento dipinge un quadro più complesso rispetto all’idea di un principio antropico all’opera. Dio ribalta il significato di tutta la religione, che, fino ad allora, aveva rappresentato le divinità come esseri soprannaturali, le azioni dei quali avevano lo scopo di filtrare e influenzare la vita sulla terra. Un dio che piange, ed ecco che sulla terra piove; un dio si infuria, e fulmini illuminano il cielo. L’Antico Testamento dimostra – e in nessun altro posto più chiaramente che nel libro di Giobbe – proprio il contrario. Una donna disperata prega, e Dio manda un profeta; uno scoraggiato uomo anziano rifiuta di maledire Dio, e l’impatto riecheggia da un capo all’altro dell’universo.
Per questa ragione si può in tutta sincerità affermare che gli ebrei inventarono la storia. Per loro la storia non si ripete ciclicamente in eterno; le azioni umane sulla terra hanno la loro importanza, questo tipo di risposte crearono la storia. Il Dio sovrano della nostra storia permette alle persone di esercitare un’influenza su di lui, proprio come egli esercita un’influenza su di loro. Il filosofo Glenn Tinder fa una distinzione fra destino e fatalità. Gli ebrei diedero all’umanità un’accezione legata al destino, in quanto non viviamo in un mondo senza significato, né manifestiamo il capriccio di qualche divinità, bensì esistiamo per realizzare un significativo destino prestabilito per noi da un Dio personale.
Visitando un museo che espone manufatti provenienti da popoli vicini agli israeliti, si può notare il cambiamento. In Egitto o in Siria si vedono le divinità Osiride o Lilith oppure Astarte. Un ebreo non mostrerà simili immagini, perché questi idoli di Dio sono sempre stati proibiti. Tutto ciò che egli può fare è ricorrere alla storia ebraica, la storia di un rapporto del nostro Dio che parlò ad Abramo, chiamò Mosè, che ci ha portato fuori dall’Egitto. “Dio – afferma Jack Miles – è come un romanziere che... può solamente raccontare la propria storia attraverso i suoi personaggi”.
Alla fine ho scoperto di amare l’Antico Testamento perché mi offre un passato di cui far parte. Nell’incontrare i personaggi che cercarono in vario modo di “andare d’accordo con Dio”, mi sono identificato con loro. In tempi diversi mi sono riconosciuto con Giobbe, con Giacobbe, con l’Ecclesiaste, con i salmisti e con il loro amore che dava costanti segni di instabilità. Attraverso la loro vita con Dio ho scoperto la mia.
Per un certo periodo ho chiesto agli amici: “Come ci si rapporta a Dio in realtà? Come funziona la cosa?”. Si pensi alla quantità e diversità delle risposte che riuscirei a ottenere da Abramo, Enoc, Geremia, Isaia, Mosè, Giacobbe, Davide, Giona, e Giobbe. Ciascuno di loro ebbe con Dio esperienze radicalmente diverse, e io posso apprendere e imparare dal loro incontro. La vita con Dio è una esperienza individuale, e formule generali non si possono applicare facilmente.
Kathleen Norris racconta le sue esperienze come ospite di un monastero benedettino, dove i monaci quotidianamente cantano i Salmi, tutti e 150 nell’arco di un mese. Al principio si sentiva confusa e infastidita dalla dissonanza dei Salmi, alcuni dei quali esprimevano religioso conforto mentre altri disapprovavano a gran voce l’assenza o l’ingiustizia di Dio. Con il passare del tempo, tuttavia, riuscendo a conoscere meglio i monaci e gli altri ospiti che recitavano i Salmi, si rese conto che qualcuno nel monastero si andava identificando con le parole dei Salmi. Ciascuno rifletteva un qualche aspetto della vita con Dio, e coloro i quali avevano occhi per vedere e orecchie per udire percepivano il messaggio di cui avevano bisogno.
Il cristianesimo contemporaneo, con il suo forte interesse per le Epistole, a mio giudizio, ha trascurato questa verità. Crescendo nelle chiese evangeliche, ho colto i miei modelli di vita cristiana esclusivamente da Paolo, il quale, direi, a malapena può essere considerato un cristiano “tipico”. Paolo ebbe un’esperienza di conversione miracolosa, ebbe una vita di miracoli e interventi soprannaturali, e, a parte Romani 7 – sia benedetto quel capitolo! –, sembra avere avuto un’esistenza più tranquilla prima vivendo al di fuori degli elevati ideali della vita cristiana, e certamente un’esistenza più semplice di quella che io stesso ho vissuto. Una volta che Paolo comprese in maniera profonda ciò che lo circondava, le sue emozioni sembrarono allinearsi a un profondo sentimento. Provare a imitare Paolo (cosa che egli ha incoraggiato) è a mio parere non più semplice che cercare di imitare Gesù.
Nell’Antico Testamento ho scoperto una ricca serie di incontri con Dio che aggiungono importanti conoscenze sull’esempio di Paolo. Nei Salmi, per esempio, ho scoperto disorientamento, confusione, collera, disperazione e angoscia in una misura tale come mai ne avevo sentito discutere nella mia chiesa. Eravamo troppo impegnati a protenderci verso più “elevate” esperienze di vittorie spirituali. Sorprendentemente, ho imparato che questi Salmi così “problematici” erano quelli che il Nuovo Testamento – e specialmente Gesù – citava più spesso!
Ho lottato a lungo con gli ideali impossibili da realizzare espressi nel Sermone sul monte e con le affermazioni delle Epistole secondo le quali ciò che Dio ha detto va messo in pratica. Ho trovato una notevole differenza di approccio in libri come Proverbi ed Ecclesiaste. Essi adottano un moderato, “giusto mezzo” di approccio: fare soldi ma non troppo; divertirsi ma senza diventare edonisti. Questi sono, infatti, i princìpi da sempre adottati dai genitori nell’educare i figli; non posso immaginare che si possa crescere un bambino di tre anni sulla base dei princìpi del Sermone sul monte.
Non intendo tracciare una netta distinzione fra il Nuovo e l’Antico Testamento. Esattamente il contrario. Sarebbe un errore leggere l’Antico Testamento semplicemente per contrapporlo al Nuovo oppure per accrescere la nostra comprensione del Nuovo. Ha una ragion d’essere in se stessa. L’Antico Testamento non è, come un teologo suggerì, “leggere la corrispondenza di qualcuno”; esso è altresì la nostra corrispondenza. Le persone che vi appaiono erano persone reali che imparavano ad andare d’accordo con lo stesso Dio che io adoro. Ho bisogno di apprendere dalle loro esperienze anche se cerco di assorbire il nuovo meraviglioso messaggio portato da Gesù e sviluppato da Paolo e dagli altri.



DIARIO SPIRITUALE


Mentre ero impegnato a scrivere questo primo capitolo, accadde un triste evento: la morte di mio suocero. Hunter Norwood visse per ottant’anni un’esistenza piena e ricca. Salpò per il Sud America come missionario nel 1942, costruì una casa nella giungla con le sue mani, fondò una chiesa e un Istituto biblico, e successivamente fece ritorno negli Stati Uniti per dirigere l’organizzazione di una missione. Strada facendo egli e sua moglie crebbero sei meravigliose figlie, una delle quali divenne mia moglie.
Hunter fu l’insegnante della Bibbia per eccellenza, e anche dopo il suo pensionamento scoprì altre vie per insegnare la Bibbia. Impartì lezioni di perfezionamento per il Moody Bible Institute. Ogni domenica per quarantacinque minuti guidava classi di studio biblico in una chiesa presbiteriana. Quando la sua salute cominciò a venire meno, continuò a insegnare seduto su una sedia a rotelle di fronte alla classe, parlando con un flebile bisbiglio amplificato da un microfono. Pochi anni or sono gli domandai di aiutarmi in alcune revisioni della Student Bible perché non conoscevo nessuno migliore di lui a cui affidare la ricerca biblica.
Alla fine, per il cancro e una malattia che degenerava il sistema nervoso, venne il momento in cui Hunter Norwood non poté più insegnare la Bibbia. Egli tuttavia continuò a studiarla fedelmente ogni giorno e pregava intercedendo per tutte quelle persone che aveva aiutato negli anni passati nel corso del suo ministero. Egli credeva di tutto cuore nella supremazia della vita cristiana, e scelse l’Epistola ai Romani come suo libro preferito, come libro-guida nei suoi rapporti con Dio. Mentre la sua malattia degenerava, cominciò però a dubitare di alcuni aspetti della vita cristiana. Nessuna sorpresa viste le sue condizioni di salute. Doveva utilizzare un catetere. Perse il controllo delle sue viscere. Le sue gengive si ripiegavano così che a malapena poteva tenere la dentiera, e spesso i suoi ospiti gli chiedevano di ripetere ciò che aveva detto. Le sue mani tremavano, e spesso lasciava cadere le cose. è difficile mantenere uno spirito gioioso e vittorioso quando il tuo corpo si rivolta contro di te, quando devi chiedere aiuto per bere un bicchiere d’acqua o soffiarti il naso.
Negli ultimi due anni della sua vita, il mondo di Hunter aveva le dimensioni di una semplice stanza da letto, successivamente quelle di un letto d’ospedale, che lasciò raramente. Là, fino al giorno in cui non poté più prendere in mano una penna, mise per iscritto il suo diario di lotta con Dio. Mentre scrivo sto tenendo sulle mie ginocchia quel taccuino con il dorso a spirale. Partendo dalla fine vi trovo elencate le persone per le quali pregava fedelmente, un elenco di diciassette pagine: la sua famiglia per esteso (vi è il mio nome, accanto al nome di mia moglie), gli indios del Sud America, gli studenti delle sue numerose classi bibliche, i missionari di cui aveva la responsabilità, la sua chiesa, le vedove, i suoi vicini. Le pagine rivelano macchie di caffè, cibo, lacrime.
Se giro le pagine del taccuino e inizio dal lato opposto, scopro il diario di Hunter Norwood che racconta il suo rapporto con Dio. Prosegue per diciannove pagine, e su ogni pagina posso notare dalla calligrafia il progressivo peggioramento della sua malattia. Era solito soprattutto citare un versetto biblico o commentarlo brevemente. Poche volte scriveva riferendosi alle proprie condizioni fisiche: dolori alla schiena, gambe immobilizzate, le forze che vengono meno, la disidratazione. L’ultima annotazione, scarsamente leggibile, è datata 7 agosto, quasi un anno prima della sua morte. Dal principio alla fine di quell’ultimo anno, egli non poté più scrivere.
Ciò che mi colpisce del suo diario è questo: fra le centinaia di versetti, ne trovo solo nove riferiti al Nuovo Testamento. Vedo annotazioni come queste:

Salmo 28. Padre aiutami! Mi sento debole, triste, timoroso.
II Re 11-14. Così pochi sono fedeli a Dio, ma Egli è compassionevole e misericordioso.
Salmo 53,5. Ecco là, son presi da spavento, ove prima non c’era spavento.
Salmo 59,4. Svegliati, avvicinati a me, e guarda!
Giobbe 42,2. Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d’eseguire un tuo disegno.
Salmo 71,14. Ma io spererò del continuo!
Salmo 20,1. Il SIGNORE ti risponda nel dì della distretta, e ti protegga!
II Cronache 28,20. Sii forte, non temere, non ti sgomentare poiché il SIGNORE, il mio Dio, è con te.
Lamentazioni 3,26. Buona cosa è aspettare in silenzio la salvezza del SIGNORE.
Salmo 27. Il SIGNORE è il baluardo della mia vita, di chi avrò paura?
Giobbe 23,10. Se mi mettesse alla prova, ne uscirei come l’oro.
Salmo 40,17. O Dio mio, non tardare!
Giobbe 36,15. Dio soccorre l’afflitto con la sofferenza.
Geremia 46,28. Tu non temere, o Giacobbe, mio servitore, poiché io son teco, dice il SIGNORE.
Salmo 116,15. Cosa di gran momento è agli occhi del SIGNORE la morte dei suoi diletti.
Salmo 121,2. Il mio aiuto viene dal Signore.
Salmo 10,14. Ma Tu, o Dio, vedi il dolore e l’angoscia.

Chi di noi ha conosciuto Hunter Norwood, sa che gli ultimi anni della sua vita furono i più duri. In Colombia fu preso a sassate da chi si opponeva alla sua fede. In Perù dovette affrontare alligatori, serpenti e piranha. Educò sei figlie nell’ambito di due culture diverse. Ma nessuna di queste difficoltà era comparabile a quella di dover giacere su un letto tutto il giorno: il suo corpo si rifiutava di rispondere ai suoi comandi e attendeva la morte. Verso la fine, dovette sostenere ogni sforzo per poter compiere semplici funzioni come deglutire e respirare.
La fede di Hunter attraversò una crisi negli ultimissimi anni, ed egli ne parlava apertamente. La risposte che abitualmente lo soddisfacevano non significavano più nulla per lui. Perse la sua sicurezza spirituale, non in Dio ma in se stesso. Nel diventare sempre più ansioso, impaziente e timoroso, piangeva lacrime amare sulla sua incapacità di saper mantenere la calma. Di fronte alla morte, bramava di “finire bene”, frase che usava abitualmente. Tuttavia era sempre più deluso di se stesso. Temeva di deludere Dio.
La fede vacillante e purtuttavia solida come la roccia, che Hun
ter aveva trovato nell’Antico Testamento, lo sostenne quando nessun’altra cosa poteva aiutarlo. Perfino nei suoi momenti di maggiore dubbio, traeva conforto nel fatto che alcuni tra i più prediletti servitori di Dio avevano combattuto gli stessi demoni. Imparò che il Signore stringe tra le sue braccia coloro che egli ama, non solamente in tempi felici e fiorenti ma specialmente in tempi di distretta. Sono lieto che, in quegli oscuri giorni, Hunter Norwood avesse l’Antico Testamento a cui ricorrere per avere soccorso.


Note

1 In occasione della visita del papa al parlamento italiano le “Iene” dell’omonimo programma televisivo di Italia 1 intervistarono i politici italiani chiedendo loro di elencare i Dieci comandamenti. I risultati furono analoghi, con l’eccezione del solo sen. Giulio Andreotti che li elencò tutti e dieci (N.d.T.).
2 In inglese: Joan of Arc, mentre l’arca di Noè in inglese si chiama ark (N.d.T.).
3 Membro di un movimento religioso evangelico a cui aderirono negli anni Sessanta molti hippies ed ex tossicodipendenti.
4 Thomas F. TORRANCE (The Mediation of Christ) presuppone che l’antisemitismo abbia avuto le sue origini qui. Il conflitto d’Israele con Dio, il suo rapporto d’amore-odio, rispecchia il nostro. Anziché neutralizzare il nostro risentimento su Dio, noi lo riversiamo sugli ebrei, il popolo scelto da Dio: “... Mentre la nostra reale disputa è nel ricercare la luce della rivelazione divina riflessa da Israele, è contro Israele stessa che noi sfoghiamo il nostro risentimento. Qui risiedono, io credo, le radici dell’antisemitismo. Ma, in ogni luogo e in ogni tempo in cui nasce, l’antisemitismo è un chiaro segno che le persone sono ingaggiate in un conflitto con Dio che è lo stesso genere di conflitto che ha lasciato il suo marchio su Israele. Nessun altro popolo si è mai scontrato con Dio con la stessa profondità e intensità del confronto emerso tra l’uomo e Dio, come Israele”.
5 Quando Giacomo I salì al trono d’Inghilterra nel 1603 diede l’incarico di preparare una nuova revisione completa della Bibbia a un gruppo di dotti tra i quali vi erano i più competenti studiosi di ebraico e greco dell’epoca. L’opera – iniziata nel 1604 e terminata nel 1611 dopo un lavoro meticoloso e accuratamente coordinato – è rimasta da allora la Bibbia inglese (N.d.T.).

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