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Nicolae

Nicolae

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Descrizione

Volumi in brossura di formato cm 15 x 22 E se, un giorno, la fine del mondo avvenisse proprio così come è stata prevista duemila anni fa dalle Scritture? La narrazione della tragica odissea dei sopravvissuti in attesa del compiersi delle profezie bibliche.

Proprietà

ISBN: 9788834413593
Produttore:
Armenia
Codice prodotto: 9788834413593
Dimensioni:
150 x 220 x 25 mm
Peso: 0.450kg
Rilegatura: Brossura
Numero di pagine: 341
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

1.
Erano tempi cupi, molto cupi. Sedendosi al volante della Lincoln presa a nolo, Rayford Steele si sentì dolere le ginocchia. Era crollato a terra quando aveva appreso la ferale notizia della morte del pastore; eppure il dolore fisico, per quanto persistente, non era nulla in confronto all’angoscia che provava, una volta ancora, per la perdita di una delle persone a lui più care.
Rayford percepì su di sé lo sguardo di Amanda. La donna gli aveva posato una mano sulla gamba, in segno di conforto. Sul sedile posteriore, la figlia Chloe e il genero Buck gli tenevano le mani sulla spalla.
E ora, si chiese Rayford, come faremo senza Bruce? Dove andremo?
La Stazione Radiofonica d’Emergenza gracchiava notizie di devastazione, terrore, disordine e distruzione in tutto il mondo. Il comandante non riusciva a parlare per via del nodo alla gola, allora cercò di tenersi occupato concentrandosi sul modo di uscire da quell’assurdo ingorgo stradale. Perché tutta quella gente era per strada? Non temeva altre bombe o il fall-out radioattivo?
«Devo raggiungere la redazione di Chicago», disse Buck.
«Avrai l’auto a tua disposizione una volta raggiunta la chiesa», riuscì infine a profferire Rayford. «Devo assolutamente comunicare la morte di Bruce.»
Le forze di pace della Comunità Globale avevano preso il controllo della polizia locale e delle unità di pronto intervento che dirigevano il traffico tentando al contempo di persuadere la folla a far ritorno a casa. Rayford, forte degli anni trascorsi nella zona di Chicago, percorreva le vie laterali e secondarie, evitando di immettersi nelle maggiori arterie irrimediabilmente congestionate.
Forse avrebbe fatto meglio ad affidare la guida dell’autovettura a Buck, ma non aveva voluto mostrare la propria debolezza. Scosse il capo. Non c’è limite all’ego di un pilota! Avrebbe voluto raggomitolarsi e piangere fino ad addormentarsi.
A due anni dalla scomparsa della moglie e del figlio, unitamente a quella di milioni di altre persone, Rayford non nutriva più alcuna illusione sulla sua vita al crepuscolo della storia. Era stata sconvolta: ormai viveva avvolto nel dolore e nel rimpianto. Era così difficile…
Ma poteva andare anche peggio. Supponiamo che non fosse diventato un credente in Cristo e che fosse per sempre perduto. Supponiamo che non avesse trovato un nuovo amore e che fosse solo. Supponiamo che anche Chloe fosse svanita, o che non avesse mai incontrato Buck. C’era di che essere grati a Dio. Probabilmente non avrebbe mai trovato la forza di tirare avanti se non avesse avuto accanto a sé gli altri tre passeggeri.
Non riusciva neppure ad immaginare che cosa sarebbe stato di lui se non avesse conosciuto e stimato Bruce Barnes. Aveva imparato più cose da lui che da chiunque altro. E non erano solo l’esperienza e gli insegnamenti di Bruce ad aver fatto la differenza. Era la passione. Bruce aveva compreso immediatamente e con estrema chiarezza di non aver afferrato la più grande verità mai comunicata all’umanità, e non aveva alcuna intenzione di ripetere l’errore.
«Papà, quelle due guardie vicino al cavalcavia ce l’hanno con te», fece Chloe.
«Cercherò di ignorarle», rispose Rayford. «Tutti questi signor-nessuno che si credono chissà chi, pensano di avere in tasca la soluzione per decongestionare il traffico. Se gli diamo retta, ci impiegheremo ore. Voglio solo raggiungere la chiesa.»
«Ti sta urlando qualcosa con un megafono», disse Amanda, abbassando un poco il finestrino.
«Lei, nella Lincoln bianca!» gracchiò la voce, mentre Rayford spegneva la radio. «Lei è Rayford Steele?»
«Come fanno a saperlo?» si chiese Buck.
«C’è forse un limite ai poteri del servizio segreto della Comunità Globale?» rifletté Rayford, disgustato.
«Se è Rayford Steele», continuò la voce, «per favore accosti».
Per un attimo, Rayford fu tentato di ignorare anche questo invito, poi ci ripensò. Non aveva alcuna possibilità di sfuggire a quelle persone, giacché sapevano chi era. Ma come c’erano riusciti?
Accostò.

Buck Williams scostò la mano dalla spalla di Rayford e allungò il collo per guardare i due uomini in uniforme che correvano verso di loro lungo la banchina. Non aveva idea di come le forze della Comunità Globale avessero rintracciato Rayford, ma di una cosa era certo: non era bene farsi sorprendere in compagnia del pilota di Carpathia.
«Ray», disse in un soffio, «ho un documento di identità falso a nome Herb Kramer. Di’ loro che sono un tuo collega, o qualcosa di simile».
«D’accordo», ribatté Rayford, «ma non sarà necessario: sono io quello che cercano. Evidentemente Nicolae ha bisogno di mettersi in contatto con me».
Buck si augurò che Rayford avesse ragione. Probabilmente Carpathia voleva sincerarsi che il suo pilota personale stesse bene e che potesse condurlo, in un modo o nell’altro, a Nuova Babilonia. Nel frattempo, i due uomini in uniforme avevano raggiunto la Lincoln: uno parlava con un walkie-talkie, l’altro a un cellulare. Buck decise di passare all’attacco e aprì la portiera.
«Per favore, rimanga in auto», disse l’uomo con il walkie-talkie.
Buck tornò al suo posto e sostituì i documenti falsi con quelli veri. Chloe era terrorizzata; Buck le cinse la vita con un braccio e l’attirò a sé. «Carpathia deve avere ordinato una ricerca a tutto campo. Sapeva che avresti noleggiato un’auto, quindi non ci è voluto molto a rintracciarti».
Buck non aveva idea di che cosa stessero facendo i due uomini dietro l’autovettura, ma di una cosa era certo: le sue aspettative riguardo ai prossimi cinque anni erano state di colpo stravolte. Solo un’ora prima, quando la guerra globale era scoppiata, si domandava se lui e Chloe sarebbero sopravvissuti alla Tribolazione. Ora, dopo aver appreso della morte di Bruce, si chiedeva se volevano sopravvivere. La prospettiva del paradiso e dell’essere in Cristo, anche a costo della propria vita, sembrava migliore di quella di vivere in quell’avanzo di mondo.
L’uomo con il walkie-talkie raggiunse il lato guida e Rayford abbassò il finestrino. «Lei è Rayford Steele, vero?»
«Dipende da chi me lo chiede.»
«Un’auto di questo modello, con questa targa, è stata noleggiata all’O’Hare da qualcuno che si è spacciato per Rayford Steele. Se lei non è chi dice di essere, è nei guai fino al collo.»
«Lei non pensa», lo interruppe Rayford, «che, indipendentemente da chi io sia, siamo già tutti nei guai fino al collo?»
Buck era colpito dall’arroganza di Rayford, a dispetto delle circostanze.
«Signore, devo sapere con certezza se lei è Rayford Steele.»
«Sono io.»
«Può dimostrarlo, signore?»
Buck non aveva mai visto Rayford così esagitato. «Lei mi ha invitato a fermarmi, mi ha chiamato con il megafono, mi dice che sto guidando la macchina presa a nolo da Rayford Steele e adesso pretende che io le dimostri di essere colui che lei ritiene che io sia?»
«Signore, cerchi di comprendere la mia posizione. Ho il plenipotenziario della Comunità Globale, Carpathia in persona, collegato al cellulare su una linea riservata. Non so neppure da dove stia chiamando. Se gli passo qualcuno al telefono e gli dico che è Rayford Steele, voglio essere sicuro che sia proprio Rayford Steele.»
Buck era lieto che il gioco del gatto col topo, condotto da Rayford, avesse distolto l’attenzione dei poliziotti dagli altri occupanti della macchina, ma la pantomima non poteva reggere a lungo. Rayford fece scivolar fuori del taschino della giacca un documento e lo allungò al poliziotto che chiese noncurante:
«E gli altri?»
«Famigliari e amici», rispose Rayford. «Non facciamo attendere il plenipotenziario.»
«Devo chiederle di uscire dall’abitacolo per rispondere alla telefonata, signore. Capirà: motivi di sicurezza.»
Rayford emise un sospiro e scese. Buck si augurò che l’uomo con il walkie-talkie lo seguisse, invece questi lasciò passare Rayford indicandogli il collega con il cellulare, poi si avvicinò all’auto e si rivolse a Buck. «Signore, qualora dovessimo scortare il comandante Steele a un incontro, lei è in grado di assumere la guida dell’automezzo?»
Ma tutti gli uomini in uniforme parlano in questo modo? si chiese Buck. «Certamente».
Amanda si sporse di lato: «Sono la signora Steele. Ovunque vada il signor Steele, io lo seguirò.»
«Questa decisione spetta al plenipotenziario», rispose la guardia. «Sempre che ci sia posto sull’elicottero.»

«Sissignore», fece Rayford al telefono, «Arrivederci a presto, dunque».
Rayford allungò il cellulare alla seconda guardia. «Come raggiungeremo il luogo dell’incontro?»
«Un elicottero dovrebbe essere qui a minuti.»
Rayford chiese ad Amanda di aprire il portabagagli e di rimanere in macchina. Mentre si caricava in spalla due borse, si chinò verso il finestrino e sussurrò: «Amanda ed io dobbiamo raggiungere Carpathia, ma non mi ha voluto rivelare né dov’è ora né il luogo dell’incontro. Quel telefono non deve essere poi così sicuro. Ho la sensazione che non sia molto lontano, a meno che non vogliano portarci in elicottero a un campo di volo e da qui farci partire per un’altra destinazione. Buck, faresti meglio a restituire l’autovettura al più presto, se non vuoi che ti colleghino subito a me».
Cinque minuti più tardi Rayford e Amanda erano a bordo di un elicottero. «Dove ci state portando?» urlò Rayford a una delle due guardie della Comunità Globale.
La guardia picchiettò alla spalla del pilota e sbraitò: «Ci è consentito dire dove siamo diretti?»
«Glenview!» vociò il pilota.
«L’aerostazione della marina a Glenview è chiusa da anni», fece Rayford.
Il pilota dell’elicottero si voltò per guardare Rayford. «La pista principale è ancora aperta! Il nostro uomo è laggiù!»
Amanda si fece vicina a Rayford. «Carpathia si trova già nell’Illinois?»
«Probabilmente si trovava lontano da Washington ben prima dell’attacco. Supponevo lo avessero condotto in un rifugio del Pentagono o della Sicurezza Nazionale, ma evidentemente gli uomini dei servizi segreti devono aver pensato che quelli sarebbero stati i primi bersagli della milizia.»

***

«Questo mi ricorda gli inizi del matrimonio», disse Buck mentre Chloe si rannicchiava accanto a lui.
«Come “gli inizi del matrimonio”? Siamo ancora novelli sposi.»
«Ssst!» rispose Buck in un soffio. «Che cosa stanno dicendo a proposito di New York City?»
Chloe alzò il volume della radio. «…devastante carneficina ovunque, qui, nel cuore di Manhattan. Edifici distrutti dalle bombe, mentre gli automezzi di soccorso si fanno largo fra le macerie e gli addetti della Protezione Civile con gli altoparlanti invitano la popolazione a rimanere al riparo».
Buck percepì il terrore nella voce del giornalista che continuava: «Io stesso sono alla ricerca di un rifugio, anche se probabilmente è troppo tardi per sfuggire agli effetti delle radiazioni. Nessuno può dire con certezza se le testate erano nucleari, ma tutti sono invitati a non correre rischi. I danni stimati ammontano a miliardi di dollari. La vita, così come la conosciamo, non sarà più la stessa. C’è devastazione a perdita d’occhio.
«Tutte le stazioni più importanti sono chiuse, se non distrutte. Un ingorgo colossale è segnalato al Lincoln Tunnel e su tutte le arterie principali in uscita da New York City. Quella che tutti conoscevano come la capitale del mondo, ora sembra lo scenario di un film di guerra. Passo la linea a Cable News/Global Community News Network ad Atlanta».
«Buck», disse Chloe, «la nostra casa. Dove andremo a vivere adesso?»
Buck non rispose. Fissava il traffico, le gonfie nubi di fumo nero e le lingue di fuoco che sembravano balenare da Mount Prospect. Era tipico di Chloe preoccuparsi della casa. Buck era meno turbato: poteva vivere ovunque, come del resto aveva sempre fatto. Tutto quello di cui aveva bisogno erano Chloe e un riparo sulla testa. Invece per lei quell’appartamento sulla Quinta Strada inverosimilmente costoso era la sua casa.
Finalmente, Buck riprese. «Sarà impossibile per chiunque avvicinarsi a New York per diversi giorni, forse per sempre. Non ci saranno di alcun aiuto nemmeno le nostre autovetture, ammesso che siano state risparmiate.»
«Cosa faremo, Buck?»
Magari avesse avuto una risposta pronta! Solitamente l’aveva. “Un uomo pieno di risorse”, questa era la definizione che lo aveva accompagnato nel corso della sua carriera. Incurante degli ostacoli, Buck era sempre riuscito a dominare situazioni o eventi incontrollabili per chiunque. Per la prima volta in vita sua, al fianco di questa giovane e novella sposa, senza la minima idea di dove avrebbero vissuto o di come sarebbero riusciti a cavarsela, si sentiva perduto. Al momento era certo solo di volersi sincerare che il suocero e Amanda fossero al sicuro, a dispetto dei pericoli del lavoro di Rayford, e di raggiungere a tutti i costi Mount Prospect per constatare di persona cosa era accaduto ai fedeli della New Hope Village Church e informarli della tragedia occorsa al loro amato pastore.
Si sa che per guidare nel traffico congestionato occorre una buona dose di pazienza, e Buck non ne aveva mai avuta, ma questo era addirittura ridicolo! Aveva le mascelle contratte, il collo anchilosato e le mani nervosamente aggrappate al volante. L’auto era maneggevole ma, a causa dell’ingorgo, avanzava solo di pochi centimetri per volta il che, per un’automobile ultimo modello con motore turbo, era un po’ come cercare di trattenere per le briglie un cavallo selvaggio.
Improvvisamente un’esplosione scosse l’abitacolo. Buck si aspettava che i finestrini andassero in frantumi. Chloe rabbrividì e affondò il volto nel petto di Buck che scrutava l’orizzonte alla ricerca delle cause di quella violenta scossa. Parecchie auto accanto a loro accostarono. Dallo specchietto retrovisore, Buck vide una nube a forma di fungo sollevarsi lentamente in direzione di quello che poteva essere l’aeroporto internazionale di O’Hare, distante parecchie miglia. La stazione della CNN/GCN riportò immediatamente la notizia dello scoppio. «Qui Chicago: la nostra stazione radiofonica è stata distrutta da una impressionante esplosione. Non si sa ancora se sia stato un attacco della milizia o una rappresaglia della Comunità Globale. Alla redazione giungono continue notizie di azioni di guerra, massacri, devastazioni e morte dalle maggiori città del globo e diventa impossibile stare al passo…»
Buck diede una rapida occhiata a entrambi gli specchietti retrovisori; appena l’auto che lo precedeva gli diede spazio, sterzò a sinistra e accelerò. Chloe rimase senza fiato mentre l’auto sobbalzava sul cordolo, scendeva lungo un fossato e vi risaliva. Buck guidò lungo un sentiero e superò file di auto che si muovevano a passo d’uomo.
«Cosa stai facendo, Buck?» chiese Chloe, aggrappandosi al cruscotto.
«Non lo so neppure io, tesoro, ma so cosa non devo fare: non voglio rimanere bloccato nel traffico mentre il mondo va all’inferno.»
***
La stessa guardia che al cavalcavia aveva fatto cenno a Rayford, scaricò il bagaglio del comandante e quello di Amanda dall’elicottero e da qui, passando a testa bassa sotto il rotore, guidò gli Steele lungo una sottile striscia asfaltata, sino a una piccola costruzione di mattoni a un solo piano situata al limitare della lunga pista di decollo ormai invasa dalle erbacce. Poco distante dall’elicottero era parcheggiato un minuscolo Learjet, ma Rayford non scorse nessuno in cabina di pilotaggio e non vide fumo di scarico uscire dai motori. «Spero non si aspettino che io piloti quell’affare!» bofonchiò ad Amanda mentre si infilavano di corsa nell’edificio.
«Non si preoccupi di questo», disse la scorta. «Il tizio che lo ha portato fin qui la accompagnerà a Dallas e all’aereo che lei piloterà.»
Rayford e Amanda furono invitati ad accomodarsi sulle sgargianti sedie di plastica di un piccolo ufficio scalcagnato, in cui facevano bella mostra insegne dell’Aviazione. Rayford si sedette, massaggiandosi le ginocchia. Amanda, che camminava su e giù, fu invitata ad accomodarsi. «Mi è consentito stare in piedi?» chiese.
«Faccia pure. A minuti arriverà il plenipotenziario.»

***

Buck fu puntato e redarguito dai poliziotti; gli furono indirizzati sonore strombazzate di clacson e gesti osceni da parte di altri automobilisti. Ma lui non si scoraggiò. «Dove stai andando?» gli chiese Chloe.
«Mi serve una macchina nuova», rispose. «Qualcosa mi dice che sarà la nostra unica possibilità di salvezza.»
«Di che cosa vai cianciando?»
«Non capisci, Chlo’?» rispose. «è appena scoppiata una guerra, e non sarà una guerra lampo. Sarà impossibile girare con un veicolo tradizionale.»
«E che intenzioni hai? Acquistare un carro armato?»
«Ottima idea, se non fosse così ingombrante.»
Buck attraversò un grande prato, superò un posteggio e fiancheggiò un enorme edificio scolastico dei sobborghi. Si destreggiò fra campi da tennis, da calcio e da rugby, sollevando fango e zolle ogni volta che l’auto slittava in coda. Mentre Buck e consorte proseguivano, accelerando in prossimità dei cartelli che intimavano di dare precedenza e derapando in curva, i notiziari radiofonici continuavano a riferire di disastri e di tragedie in tutto il mondo. Buck sperava di aver imboccato la direzione giusta: contava di arrivare sulla Northwest Highway, dove una serie di autosaloni formavano una sorta di isola commerciale.
Un’ultima curva in scivolata gli permise di superare il campo e sulla Northwest Highway vide ciò che il suo notiziario preferito definiva «traffico lento con code a tratti». Tutto come al solito, perciò fece buon viso a cattivo gioco. Bistrattando automobilisti arrabbiati, guidò lungo la banchina cedevole per più di un chilometro, finché raggiunse l’autosalone. «Tombola!» esclamò.

***

Rayford rimase sbalordito, e Amanda con lui, per il comportamento di Nicolae Carpathia, il baldanzoso giovane, oramai trentacinquenne, che nello spazio di una notte, e apparentemente contro la propria volontà, si era trovato catapultato alla guida del mondo. Da quasi sconosciuto membro della camera bassa del parlamento rumeno, era diventato dapprima presidente della nazione e subito dopo segretario generale delle Nazioni Unite. Ora Carpathia per la prima volta, dopo quasi due anni di pace e di abile propaganda orchestrata allo scopo di incantare le masse sopravvissute al terrificante caos delle sparizioni, si trovava a dover affrontare una dura opposizione.
Rayford non sapeva cosa aspettarsi dal suo capo. Carpathia sarebbe stato scosso, offeso, furente? Nulla di tutto ciò. Scortato da Leon Fortunato, un tirapiedi di Nuova Babilonia, attraverso gli ormai vuoti uffici amministrativi dell’ex aerostazione della marina a Glenview, Carpathia appariva eccitato, su di giri.
«Comandante Steele!» esultò Carpathia. «Ehm, signora Steele, che piacere rivedervi entrambi e constatare che state bene!»
«Mi chiamo Amanda», puntualizzò la signora Steele.
«Chiedo venia, Amanda», continuò Carpathia allungandole la mano. Rayford notò quanto fosse lenta Amanda nel rispondere al gesto. «Con tutte le emozioni, capirà…»
Le emozioni, pensò Rayford. La terza guerra mondiale è qualcosa di più di un’emozione.
Al rumeno brillavano gli occhi e si fregava le mani, quasi elettrizzato per quanto stava accadendo. «Bene, signori», disse, «dobbiamo filare dritti a casa».
Rayford sapeva che Carpathia intendeva dire Nuova Babilonia: per lui la casa era Hattie Durham, era la suite 216, gli uffici lussuosamente arredati che occupavano un intero piano dell’eccentrico e sfavillante quartier generale della Comunità Globale. Nonostante fossero anch’essi proprietari di uno spazioso appartamento su due piani nello stesso complesso costituito da quattro edifici, Rayford e Amanda non avrebbero mai neppure lontanamente considerato Nuova Babilonia come la loro casa.
Carpathia, che non aveva ancora smesso di fregarsi le mani, si rivolse alla guardia con il walkie-talkie: «Novità?»
L’ufficiale della Comunità Globale, in perfetta uniforme, teneva un auricolare nell’orecchio e sobbalzò, stupito che Carpathia si rivolgesse a lui direttamente. Si strappò l’auricolare e farfugliò: «Cosa? Cioè, prego, signor plenipotenziario, signore».
Carpathia levò lo sguardo verso l’uomo: «Che notizie ci sono? Che cosa sta succedendo?»
«Uhm, niente di nuovo, signore. Un sacco di attività e di distruzioni nelle maggiori città».
Rayford ebbe l’impressione che Carpathia si sforzasse di apparire contrito. «Queste attività sono per lo più concentrate nel Midwest e sulla costa orientale?» chiese il plenipotenziario.
La guardia annuì. «E anche nel sud», aggiunse.
«Nulla sulla costa occidentale, allora», fece Carpathia più in forma affermativa che interrogativa. La guardia annuì. Rayford si chiese se qualcun altro, oltre a coloro che riconoscevano in Carpathia l’Anticristo, avrebbe letto nello sguardo di Nicolae la soddisfazione, se non addirittura l’esultanza. «E che mi dice di Dallas/Ft. Worth?», chiese.
«DFW ha subito qualche danno», rispose la guardia. «Una sola pista di collegamento è ancora aperta. Nessun atterraggio, ma molti aerei in decollo.»
Carpathia lanciò un’occhiata a Rayford. «E la pista militare? Quella utilizzata dal mio pilota per ottenere il brevetto per i 757?»
«Credo sia ancora operativa, signore.»
«Perfetto, anzi, ottimo», commentò Carpathia, poi, rivolto a Fortunato: «Credo che nessuno sappia dove siamo ma, per maggior sicurezza, che cosa ha in serbo per me?»
L’uomo aprì una borsa contenente vecchie divise dell’Aviazione che dovevano servire, evidentemente, per camuffare Carpathia. Ne estrasse un cappello e un ampio cappotto scombinati tra loro. Carpathia si infilò velocemente la divisa ed invitò gli astanti a farglisi attorno. «è arrivato il pilota del jet?»
«L’attende all’uscita, come da suoi ordini, signore», rispose Fortunato.
Carpathia indicò l’uomo armato. «La ringrazio per l’assistenza. Può rientrare alla base servendosi dell’elicottero. Il signor Fortunato, i coniugi Steele ed io verremo condotti a un altro aereo col quale faremo ritorno a Nuova Babilonia.»
Rayford si fece finalmente sentire: «E l’aereo si trova…»
Carpathia alzò un braccio in segno di silenzio: «Non diamo al nostro giovane amico informazioni di cui poi si debba sentire responsabile», disse sorridendo rivolto all’uomo in uniforme. «Lei può andare.» Mentre l’uomo si allontanava spedito, Carpathia si rivolse sottovoce a Rayford: «Un Condor 216 ci aspetta vicino a Dallas. Ci dirigeremo ad ovest per poi virare ad est, capisce cosa intendo?»
«Non ho mai sentito parlare di un Condor 216. In ogni caso io non ho il brevetto per…»
«Mi hanno assicurato che lei è più che qualificato.»
«Ma che cos’è un Condor 2…»
«Un ibrido che io stesso ho progettato», lo interruppe nuovamente Carpathia. «Lei certo avrà intuito che quello che è successo oggi non mi ha colto di sorpresa.»
«Incomincio a imparare», disse Rayford guardando di sottecchi Amanda che aveva un’espressione amara.
«Incomincia a imparare…», ripeté Carpathia con un ampio sorriso. «Mi piace. Venga: in volo le parlerò di questo nuovo e straordinario aviogetto».
Fortunato alzò la mano. «Signore, se posso suggerire… sarà meglio che io e lei ci avviamo per primi e che gli Steele ci raggiungano solo quando saremo già a bordo dell’aereo.»
Carpathia calzò il cappello troppo grande sulla testa ben pettinata e si accodò a Fortunato, mentre l’aiutante apriva la porta e indicava con un cenno del capo il pilota del jet in attesa. Questi si diresse immediatamente al Learjet, con Fortunato e Carpathia che lo seguivano di buona lena a qualche passo di distanza. Rayford fece scivolare un braccio attorno alla vita di Amanda e l’attirò a sé.
«Rayford», disse Amanda, «in vita tua, hai mai sentito Carpathia inciampare sulle parole?»
«Inciampare sulle parole?»
«Balbettare, incespicare, dover ripetere un termine, dimenticare un nome?»
Rayford trattenne un sorriso: quel giorno avrebbe potuto essere l’ultimo della sua vita, eppure lui riusciva ancora a trovare il lato umoristico delle cose. «A parte il tuo nome, intendi dire?»
«Lo fa di proposito, e tu lo sai.»
Rayford si strinse nelle spalle. «Forse hai ragione. Ma per quale motivo?»
«Non ne ho idea.»
«Tesoro, non trovi sia ridicolo sentirsi offesa dall’uomo che secondo noi è l’Anticristo?» Amanda lo fissò. «Voglio dire», proseguì Rayford, «rifletti un momento. Ti aspetti davvero cortesia ed educazione dall’uomo più demoniaco della storia dell’universo?»
Amanda scosse la testa e distolse lo sguardo: «Se la metti in questi termini», borbottò, «evidentemente sono ipersensibile».

***

Buck era seduto nell’ufficio del responsabile vendite della concessionaria Land Rover. «Non finirai mai di stupirmi», sussurrò Chloe.
«Non sono un tipo comune, vero?»
«Indubbiamente no; ma immagino sia dovuto al fatto che non c’è nulla di normale fuori di qui».
«Non ho bisogno di alibi per essere unico nel mio genere», rispose Buck, «ma prima o poi tutti, ovunque, incominceranno a comportarsi impulsivamente.»
Il venditore, che nel frattempo era stato occupato a riempire moduli e a stendere il preventivo, allungò le carte a Buck. «Non ha intenzione di permutare la Lincoln, allora?»
«No, l’ho noleggiata», rispose Buck. «Ma le chiedo la cortesia di renderla all’aeroporto di O’Hare», continuò fissando l’uomo negli occhi e ignorando i documenti.
«Non è prassi comune: dovrei mandare due uomini e un automezzo per riportarli indietro.»
Buck si alzò in piedi. «Evidentemente sto chiedendole troppo. Un altro al suo posto sarebbe disposto a fare chilometri pur di vendermi un’auto, specie di questi tempi.»
«La prego, torni a sedersi, signor Williams. Non credo che il mio capo farà obiezioni se per lei aggiungo questa clausola extra. Come può vedere, pagando una cifra sotto i cinque zeri, potrà portarsi via una Range Rover con il pieno di carburante in meno di un’ora.»
«Faccia mezz’ora e l’affare è fatto.»
Il venditore si alzò in piedi e tese la mano: «Affare fatto.»

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